CLAMOROSA GAFFE DI LANDINI…

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DURA ATTACCO DEI 5 STELLE AL Segretario della Cgil, Maurizio Landini. 
“Landini chi??? 
Quel sindacalista che fa politica andando contro un governo che difende i lavoratori. Paradossale ma vero! .
Non ci sono più parole per descrivere Maurizio Landini, il segretario della CGIL invece di tutelare i diritti dei lavoratori e portare avanti battaglie serie a sostegno dei cittadini, sapete cosa fa? Si oppone alle politiche che, fatti alla mano, sta mettendo al primo posto i lavoratori. 
Abbiamo già realizzato due punti importanti del contratto di governo mantenendo alcune delle promesse fatte: reddito di cittadinanza e quota 100.
Ma non ci fermiamo, siamo già concentrati sul salario minimo e ci piacerebbe sapere: Landini lo sa o fa finta di non sapere che ci sono italiani che vengono sfruttati dai propri datori di lavoro? 
Landini lo sa o fa finta di non sapere che ci sono italiani che percepiscono uno stipendio da fame da 3 euro l’ora?”.

Un attacco diretto, dunque. E che poggia le basi su una grandissima gaffe di Landini che ha rilasciato un’intervista a La Stampa, in cui in merito al Reddito di cittadinanza, dichiara: “la povertà relativa è aumentata, vuol dire che non è quello lo strumento giusto”.
C’è un errore madornale  errore  nell’analisi di Landini: gli ultimi dati Istat sulla povertà in Italia sono stati pubblicati il 18 giugno 2108.
Il Reddito di cittadinanza è stato erogato da aprile 2019.
Insomma, una gaffe ingiustificabile
.

GIUSTIZIA PER IL GIOVANE CAMERATA CECCHIN UCCISO NEL 1979

Troppe inerzie da parte degli organi inquirenti” , e “coperture politiche” sul caso di Francesco Cecchin, il giovane militante romano del Fronte della Gioventù assassinato nel 1979 da persone rimaste ignote.
Gianni Alemanno – insieme a Flavio Amadio, Roberta Angelilli, Giancarlo Monti, Giampiero Monti e Fabio Rampelli – a quarant’anni dall’omicidio rimasto ancora senza colpevoli, chiede che vengano riaperte le indagini “non solo per la sua famiglia e la sua parte politica, non solo per i suoi 17 anni, ma perché crediamo che la mancata condanna dei colpevoli rimandi a inquietanti pagine non scritte della storia politica del nostro Paese”.

L’omicidio di Cecchin, un militante del Fronte della Gioventù, venne commesso a Roma durante gli ‘anni di piombo.
Nella notte tra il 28 e il 29 maggio 1979, dopo essere stato inseguito da due persone arrivate in zona a bordo di una Fiat 850, fu trovato gravemente ferito in un cortile condominiale del quartiere Trieste di Roma; morì il 16 giugno
1979 dopo diciannove giorni di coma.
Per molto tempo- da più parti – si tentò di accreditare la tesi della caduta accidentale dal parapetto del cortile e solo più tardi fu appurato che si trattò invece di omicidio volontario.Sono passati ormai 40 anni dall’omicidio di Francesco Cecchin, eppure – scrivono Alemanno e gli altri firmatari nell’appello rilanciato dall’Adnkronos – questo fatto di sangue rimane nella storia politica di Roma come una ferita ancora aperta.
Certamente non l’unica, perché sono molti gli omicidi di militanti politici di destra e di sinistra che sono rimasti impuniti.
Quando viene sparso sangue innocente, quando la politica degenera in faida, quando sono i militanti più generosi a pagare il prezzo di trame più grandi di loro, non ci si può mai rassegnare al tempo che passa e al sangue versato che non ha ottenuto giustizia. Più volte abbiamo chiesto che la magistratura mantenesse aperti tutti i fascicoli d’indagine su questi omicidi politici, senza archiviarli e senza rinunciare a sollecitare tutti i reduci di quegli anni a raccontare la loro verità”.

Troppe coperture politiche

Amare le conclusioni di Gianni Alemanno  “Se Francesco Cecchin in quarant’anni non ha ottenuto giustizia, questo non deriva da un caso del destino. Tutta questa storia racconta di inerzie degli organi inquirenti, di coperture politiche, di abili strategie giudiziarie della difesa degli imputati. Il fatto che questi fossero attivisti del Pci, partito reduce dall’esperienza di governo di solidarietà nazionale, e non dei semplici estremisti extraparlamentari, rafforza il sospetto che quella di Cecchin fu una morte scomoda, un omicidio che non doveva trovare colpevoli.
In tutte le storie degli anni di piombo  emerge sempre che quelle di destra dovevano essere vittime di seconda classe, spesso ascritte a ‘incidenti’ e a ‘faide interne’.

E tutto questo contribuì ad alimentare odi e ritorsioni a destra e alibi ideologici a sinistra.
Nel caso di Francesco Cecchin, a poco più di un anno dall’omicidio di Aldo Moro, le coperture avevano raggiunto ambiti istituzionali e importanti centri di potere politico, proprio nel momento in cui il Pci faceva il massimo sforzo per distinguere le proprie responsabilità dalla violenza politica di sinistra.
Per questo siamo ancora qui a chiedere giustizia per Francesco Cecchin

 

Franco Zeffirelli, genio italiano del nostro tempo, amante dell’Italia, coraggiosamente contro corrente.

«Io incompreso perché non ho omaggiato il comunismo»

Addio a Franco Zeffirelli, aveva 96 anni. Se ne va un gigante della cultura, del teatro e del cinema italiani.
Sceneggiatore, attore, regista, scenografo. Il suo contributo alla cultura italiana è stato notevole.
Uno dei grandi del Novecento
Dal cinema al teatro, Zeffirelli è stato apprezzato in tutto il mondo. Ha collaborato nella sua carriera con tutti i grandi teatri internazionali. Come regista cinematografico si caratterizza per l’eleganza formale e l’attenzione per il melodramma e le storie d’amore, sviluppate con senso dello spettacolo e gusto figurativo.
Zeffirelli è l’unico regista italiano che può fregiarsi del titolo di cavaliere dell’ordine dell’impero britannico (Kbe) da quando l’ambita onorificenza gli fu appuntata nel novembre 2004.

Savona (Consob): «Debito pubblico può arrivare al 200% del Pil, sarà sostenuto da risparmio italiani»

La procedura d’infrazione per alto debito?
«Se la fiducia nel Paese è solida e la base di risparmio sufficiente, livelli di indebitamento nell’ordine del 200% rispetto al Pil non contrastano con gli obiettivi economici e sociali perseguiti dalla politica», afferma il presidente della Consob, Paolo Savona, nella sua relazione al mercato a Piazza Affari a Milano citando l’ «istruttivo» esempio del Giappone, che ha un debito superiore a circa due volte il valore della sua economia.
Non esiste «una risposta univoca su quale sia il legame ottimale tra debito pubblico e Pil», spiega Savona, «soprattutto se il rapporto è valutato in modo indipendente dallo stato della fiducia».
Questo, aggiunge il neo presidente della Consob ed ex ministro degli Affari Europei del governo Conte, «non significa che non esista un limite all’indebitamento ma, come insegna un elementare criterio di razionalità economica, per garantirne la sostenibilità il suo saggio di incremento deve restare mediamente al di sotto del saggio di crescita del Pil»

Per questo motivo — sottolinea Savona — restituire fiducia «nel futuro dell’Italia» e sulla sua «solvibilità finanziaria» è condizione fondamentale per favorire «lo sviluppo», non solo «materiale», del Paese.
«Il ripristino della fiducia nel futuro dell’Italia è lo scopo prioritario che non può essere perseguito dalla sola Consob.
Tutte le istituzioni democratiche e le organizzazioni dello Stato devono essere chiamate a operare per definire una strategia condivisa che poggi su basi logiche e fattuali».

Savona è partito nella sua analisi da alcuni difetti strutturali della costruzione europea, che hanno minato la capacità dei Paesi di poter manovrare le proprie politiche per la crescita e rispondere alla crisi del 2008.
In particolare nei trattati che istituiscono l’Unione europea c’è una «discrasia di trattamento», perché mentre esistono «strumenti sovranazionali» per raggiungere la stabilità, mentre l’obiettivo della crescita «è affidato alle cure prevalenti dei singoli Stati membri».
«Con la decisione di aderire all’euro fin dall’inizio, l’Italia ha accettato di far convergere il debito pubblico verso il 60% del Pil senza prima definire a livello interno e a quello europeo una politica di rientro dai 45 punti percentuali in eccesso, priva di caratteristiche deflazionistiche e, di conseguenza, del consenso democratico necessario».

Ma quello che accade è che, nonostante la forza del sistema italiano basato sul risparmio privato e le esportazioni, «i giudizi negativi non di rado espressi da istituzioni sovranazionali, enti nazionali e centri privati appaiono prossimi a pregiudizi» perché non tengono conto di questi «due pilastri».
«È come se l’Italia fosse collocata dentro la caverna di Socrate — o, se preferite, di Platone», continua l’82enne economista sardo, sulle cui pareti viene proiettata «un’immagine distorta della realtà».
Anche perché  «i sospetti sulla possibilità di insolvenza del nostro debito pubblico» sono «oggettivamente infondati».

Un esempio di questa distorsione si può vedere nel risparmio: «l’Italia non assorbe flussi di risparmio dall’estero ma ne cede in quantità superiori al suo debito pubblico.
Questa condizione può essere vantata principalmente dai Paesi ricchi di materie prime, una carenza che l’Italia ha compensato con le sue eccellenti capacità di intrapresa.
Per la comunica europea e globale l’Italia non rappresenta un problema finanziario ma una risorsa alla quale molti Paesi attingono per soddisfare le loro necessità».
Secondo il presidente della Consob invece «il binomio fiducia-crescita riceverebbe un impulso certo e rilevante da un’azione congiunta del settore privato e pubblico italiano per attuare investimenti aggiuntivi nell’ordine di 20 miliardi di euro utilizzando risparmio interno».

Solo che il risparmio privato, dopo la creazione dell’euro e l’assenza di una moneta nazionale, ha perso fiducia presso le famiglie — spiega Savona — e oggi è in gran parte in mano alle banche.

«Il potere di valutare il rischio di rimborso si è trasferito sul mercato senza un adeguato contrasto alla speculazione, che non di rado trova alimento nell’attitudine delle autorità a usarlo come vincolo esterno per indurre gli Stati membri a rispettare i parametri fiscali concordati a livello europeo».

LussemburgoPer il presidente della Consob, «un contributo significativo alla stabilità finanziaria verrebbe dalla creazione di un titolo europeo privo di rischio (European safe asset)» mentre «l’unico safe asset esistente oggi in Europa è di fatto il Bund tedesco», afferma Savona, secondo cui l’European Stability Mechanism «dovrebbe destinare i fondi raccolti con i safe asset per concedere prestiti agli Stati membri che disporrebbero di una fonte alternativa e a basso costo per il rifinanziamento del loro debito pubblico».

La protezione delle banche è un altro dei temi su cui Savona si è soffermato per criticare l’impianto normativo europeo, che non ha ancora creato un fondo europeo di garanzia dei depositi. «Nonostante l’esperienza indichi che questi interventi sono indispensabili , la mancata o tardiva presa d’atto della necessità di intetrare i fondi privati con quelli pubblici, giustificata dall’esigenza di scoraggiare il moral hazard, crea essa stessa incertezza».

SALVINI, VINCE E CONVINCE

Allo strepitoso successo elettorale di Matteo Salvini hanno concorso in tanti.
A cominciare dai suoi ex-alleati (la Meloni e Berlusconi ), che lo hanno implorato di tornare nella casa del centrodestra e così facendo hanno finito per regalargli una indubbia centralità politica.
Infatti è stato grazie a questi accorati appelli se Salvini è stato percepito come l’unico leader che ha un presente ( il governo con i 5 stelle ) ma anche un futuro: l’eventuale coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia (anche se forse fra 4 anni…).
Ma una buona mano al trionfo della nuova Lega nazionale glielo ha dato anche il suo attuale alleato, Luigi Di Maio, che per recuperare voti a sinistra sbottava ogni volta che Salvini teneva un comizio, tacciandolo di destrismo superato e con i suoi niet contro le grandi infrastrutture, ha consegnato, di fatto, a Salvini la palma di uomo di governo capace di raccogliere le istanze di tutto il mondo del lavoro.
Il resto lo hanno fatto i giornaloni attaccandolo un giorno si e l’altro pure, facendo scattare, come reazione, in molti italiani una grande solidarietà nei confronti del Capitano.
A questi si aggiungono i grandi meriti di Salvini che ha dato prova di fiuto politico efficace, di sorprendente pazienza, grande abilità, pragmatismo, forte empatia con il popolo che lo sente come uno di loro.
Adesso però viene il bello, attuare  quello che vuole la maggioranza degli italiani: calo delle tasse, eliminare l’inutile burocrazia,
carcere ai grandi evasori, riforma della giustizia, autonomia regionale, e perseverare nella lotta all’immigrazione clandestina, ai deliquenti (bianchi o neri che siano) e non accantonare la solidarietà sociale.
Se riuscirà a portare seriamente a termine questi obiettivi non farà certamente la fine dei governi targati PD.

Ancora molto da fare. C’è voglia di proseguire il lavoro già iniziato. Parla il sottosegretario Durigon: “Abbiamo il contratto da realizzare”

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“Sono molto ottimista: sono convinto che abbiamo fatto tanto e possiamo fare ancora molto”. Claudio Durigon, sottosegretario leghista al Lavoro diffonde ottimismo sulla tenuta del governo. E allungando lo sguardo a dopo le Europee non vede all’orizzonte cambi di squadra o rimpasti, che dir si voglia.

Il decreto sicurezza bis slitta a dopo le Europee. Benché la Lega insistesse per la sua approvazione prima del 26 maggio. Dietro questo pressing alcuni leggevano un fine elettorale…
“C’è un’emergenza, una situazione abbastanza critica e nessun tornaconto elettorale. Noi chiediamo di farlo subito. Come ribadito da Matteo Salvini noi siamo pronti. Prima si fa meglio è. Sono state fatte delle osservazioni, c’erano alcuni punti da sistemare e si è provveduto. Riteniamo che l’emergenza sicurezza c’è, esiste ed è dunque una necessità approvare questo decreto al più presto. Per noi non andava rinviato a dopo le Europee ma si poteva fare anche prima. Prima o dopo cosa cambia?”.

Reggerà il Governo dopo il voto? A leggere le dichiarazioni dei due leader, il dubbio che non si vada avanti 
sorge…
“A me sembra proprio il contrario: entrambi gli alleati hanno detto di voler andare avanti. È normale che ci sia la volontà di procedere e costruire tutto quello che è stato concordato nel nostro contratto di governo. È ovvio che se dopo le elezioni dovesse continuare questo clima di mancanza di affiatamento e di diversità nella visione delle priorità che ci accomuna, e di cui fa fede il contratto, si potrebbero creare situazioni diverse. Ma io non vedo nulla di tutto questo. Vedo invece una campagna elettorale un po’ troppo spigolosa. Noi siamo per il fare. E Matteo Salvini ha già detto che vogliamo andare avanti quattro anni: sono tante le cose da realizzare ancora”.

A che condizioni si può andare avanti?
“Rispettando le priorità del contratto. Abbiamo già fatto tanto: la pace fiscale, quota 100, il primo decreto sulla sicurezza, i successi sull’immigrazione. Adesso abbiamo altri obiettivi importanti, primo su tutti la flat tax e l’autonomia. Dico quindi che c’è tanto da fare, e gli anni che restano al governo li adopereremo per realizzare quel contratto”.

Ci sarà un rimpasto o si andrà avanti con questa squadra di Governo a prescindere dal risultato elettorale?
“Non penso che in questo momento il rimpasto sia argomento principale della discussione politica in maggioranza. Non  credo si tratti di una questione di poltrone, ma di abbassare i toni di una campagna elettorale che secondo me sono troppo alti e di portare a compimento il contratto di governo”.

Questo clima eccessivo che c’è attualmente nel governo va dunque ridimensionato? 
“Assolutamente sì. Non si può andare avanti così. Questo clima è frutto di una campagna elettorale in cui qualcuno ha cercato di alzare i toni perché qualche sondaggio lo vedeva un po’ più giù rispetto all’altro”.

Eppure lei non perde l’ottimismo nel futuro di questo esecutivo.
“Sono molto ottimista. Sono convinto che abbiamo fatto tanto e possiamo fare ancora molto”.

ANTIFASCISMO, ALIBI INDECENTE

L’intervista. Veneziani: “In ballo due visioni dell’Europa. Antifascismo? Alibi indecente”

Già la sola presenza dell’opzione sovranista è un fatto positivo, capace di risvegliare l’Europa dal torpore. E saranno capaci di fare squadra perché il nemico politico è l’internazionalismo, non il sovranismo del vicino. Ne è sicuro Marcello Veneziani, scrittore e intellettuale, che bacchetta l’atteggiamento di chi vorrebbe fare del dissenso “reato e fobia”. 

 

Verso il voto per le Europee, quali sono gli schieramenti in campo? 

“Mi sembra evidente che questa volta esiste la possibilità di scegliere tra due idee diverse di Europa e di sovranità: quella rappresentata dai movimenti nazionalpopulisti-sovranisti e quella rappresentata da tutti gli altri, pronti a coalizzarsi pur nella diversità di provenienza per fronteggiare il nemico. Comunque lo si giudichi, a me sembra già un fatto positivo che per la prima volta e comunque dopo tanti anni non siamo chiamati a votare dentro un perimetro prestabilito di opzioni, ma tra due messaggi politici nettamente differenti. Il sovranismo non risveglia solo le appartenenze nazionali ma, se vogliamo, risveglia l’Europa dal sonno dogmatico in cui versa da troppi anni”.

Gli osservatori scommettono sull’avanzata dei sovranismi. Come lo spiega? Cosa propongono, le tante sigle (in Italia e all’estero)? Non c’è rischio di confondere l’elettorato? 

“Pur nelle diverse articolazioni nazionali e nelle diverse opzioni politiche e culturali, mi pare che il filo conduttore dei sovranismi sia quello di ripristinare le sovranità territoriali, nazionali, popolari e politiche, e di tutelare i confini, di proteggere le economie. Si fronteggiano due modelli: uno che vuol far valere la sovranità europea fuori d’Europa nei rapporti internazionali, economici, nell’emigrazione, nelle strategie militari, nelle zone calde del pianeta come il vicino Medio Oriente e Maghreb. E l’altro che vuol far valere la potestà europea dentro l’Europa, sugli Stati, sulle nazioni, sui popoli europei. Il sovranismo è largamente diffuso perché parla il linguaggio della realtà, esprime il disagio dei popoli, la ricerca di sicurezza, l’argine ai flussi migratori, il rigetto delle oligarchie e dei loro codici ideologici”.

Crede che dopo il 26 maggio possa essere giunto il tempo per un’internazionale sovranista? Pensa che i gruppi europei che non si riconoscono nelle attuali politiche Ue possano far squadra insieme o saranno limitati dalle visioni nazionali e locali?

“Sono quasi trent’anni che sostengo la necessità di un’internazionale delle patrie e dei patriottismi, e oggi dei sovranisti. E’ sciocco il discorso che i sovranisti in quanto tali non potranno mai accordarsi tra loro perché pensano solo al proprio paese. Questo accade nella prassi politica anche ai paesi che sovranisti non sono, si pensi alla Francia o alla Germania. Si tratta invece di mettere insieme forze che riconoscano reciproca sovranità e poi cerchino punti di intesa al confine e nel nome della sovranità europea, mediante forme di confederazione. Il nemico dei sovranisti non è il sovranismo dei vicini ma chi nega legittimità alle sovranità. Il nemico è l’internazionalismo”.

La destra, e quella italiana su tutte, ha sempre visto nell’Europa uno spazio di libertà, se non addirittura una possibilità di riscatto politico. Che fine ha fatto quel “sogno”? 

“La destra vive la delusione dell’Europa, perché alle sue origini c’è l’idea di un’Europa come terza forza tra gli Usa e l’Urss; la destra è sempre stata nazional-europea, non ha mai concepito in antitesi il patriottismo nazionale rispetto al patriottismo europeo. Oggi il sogno di un sovranismo europeo passa dal tentativo di confederare le sovranità nazionali e non di cedere sovranità a poteri extrapolitici ed extraterritoriali, di natura finanziaria, umanitaria o tecnocratica”.

Intanto (anche) questa campagna elettorale è stata vissuta pericolosamente. Il ritorno dello spettro dell’antifascismo, con i fatti al Salone di Torino, cosa ci racconta sullo stato di salute della politica italiana, europea e forse globale?

“L’antifascismo è un alibi indecente perché agita il pericolo di un morto – da 74 anni – per coprire il fallimento politico e culturale, etico ed economico, di un sistema politico-ideologico. E’ il tentativo di inventare un Nemico che a sinistra possa prendere il posto del Capitalismo. E viene concepito come il presupposto storico e teologico di quel codice d’intolleranza e di decadenza intellettuale che viene definito politically correct dove il dissenso viene ridotto a reato e fobia”.