La priorità è tutelare il popolo. No a un’altra Libia in Venezuela.

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 Parla il presidente della Commissione Esteri, Petrocelli: “La linea da seguire è quella delle Nazioni Unite”

“L’Italia ha posto il veto perché di Libia e di Siria ne abbiamo già avute abbastanza”. Il presidente della commissione Esteri del Senato, Vito Petrocelli spiega così la posizione italiana sulla crisi in Venezuela.

Gli Usa, e, in Europa, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito tra gli altri, si sono schierati con Guaidò. Qual è la posizione dell’Italia sulla crisi venezuelana?
“Abbiamo ribadito più volte che il primo interesse del Governo italiano è la salvaguardia del popolo e della stabilità della società venezuelana, il rispetto del diritto internazionale, del multilateralismo e della Carta delle Nazioni Unite. In sintesi: non ingerenza negli affari interni degli altri paesi, rispetto della sovranità di ogni stato membro, rispetto del principio di autodeterminazione di ogni popolo. La posizione dell’Italia nella crisi venezuelana segue questi principi”.

L’Italia ha posto il veto in sede Ue per impedire il riconoscimento di Guaidò da parte dell’Europa. Ma così non si rischia di restare isolati?
“L’Italia ha posto il veto perché di Libia e di Siria ne abbiamo già avute abbastanza. Frasi come “Assad deve andarsene”, “Gheddafi deve andarsene” venivano dette dai presidenti Usa di turno e ripetute dai vari Stati membri dell’Ue. La storia successiva la conosciamo troppo bene. E quindi, per rispondere alla sua domanda, no non rischiamo di restare isolati perché seguiamo e seguiremo la linea delle Nazioni Unite”.

A tal proposito, il Presidente Mattarella ha chiesto scelte condivise da parte dell’Ue. Visto che gli altri leader hanno già riconosciuto Guaidò, ritiene che il Colle stia facendo pressione sul Governo perché faccia altrettanto?
“Rifacendomi alle sue parole, ritengo che il negoziato sia la scelta per la volontà popolare e la richiesta di democrazia; i diktat e l’ingerenza straniera possono produrre violenza, uso della forza e sofferenze della popolazione civile del Venezuela”.

Il leader chavista ha ringraziato il Governo pentastellato per la “solidarietà dimostrata” in riferimento al veto. Rischia di passare il messaggio che, appoggiando un leader tanto discusso come Maduro, l’Italia sembri molto più vicina a quella della Russia e della Cina che a quella del resto dell’Occidente, non crede?
“Azioni di solidarietà con il presidente del Venezuela da parte di movimenti e partiti sono arrivate da tutto il mondo e anche da Roma. Non si riferiva al governo come qualcuno ha voluto insinuare. Ricordo che nel febbraio del 2018, anni di negoziati a Santo Domingo naufragarono proprio al momento della firma. Ecco, io credo che bisogna ripartire per scongiurare un momento come quello e l’Italia farà di tutto perché la situazione non degeneri in un bagno di sangue indotto dalle interferenze straniere”.

M5S e Lega chiedono entrambe elezioni presidenziali, esprimendo una posizione di neutralità ma con importanti distinguo. Ce li può spiegare?
“La linea è quella della Carta delle Nazioni Unite, del multilateralismo e della pace. Era facile essere contro la guerra in Libia dopo il 19 marzo del 2011. Difficile era esserlo prima e denunciare prima quel crimine in violazione della nostra Costituzione, del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Dopo la distruzione della Libia, dopo la scomparsa del principale alleato italiano nel Mediterraneo e dopo il tremendo smacco subito dall’Italia era facile essere contro. Milioni tra morti e profughi e il welfare migliore dell’Africa polverizzato. Credo che sia molto più utile in questo caso avere memoria storica, una memoria di ferro”.

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Trattativa sì, sdraiati no. Conte non faccia come Tsipras. Parla il professor Sapelli: “Centrali saranno gli investimenti. Chi attacca il governo è accecato dall’ideologia”

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Professore, ha letto cosa ha scritto il suo collega, l’economista Roberto Perotti, su Repubblica?”. “Mi spiace, io non leggo Repubblica”. Il garbo di Giulio Sapelli è inconfondibile, anche nei suoi giudizi tranchant. Il giudizio dell’economista sulla Manovra, in queste ore convulse tra vertici a Palazzo Chigi e attacchi continui dall’Ue, resta positivo anche se, dice, “va bene negoziare, ma attenzione a non sdraiarsi all’Europa, rischiamo di fare la fine della Grecia”.

Partiamo da Perotti: ha parlato di una Manovra che è un falso in bilancio.
“Ehhhh… addirittura!? Ha esagerato”.

Così scriveva ieri su Repubblica.
“E il professor Tria, che col professor Paganetto (Luigi, ndr) dirige un centro di ricerca importante a Tor Vergata, fa il falso in bilancio? Mi sembra eccessivo. Devo dire che anche i professori di economia ora usano argomenti demagogici. Peccato, però: bisognerebbe essere un po’ più discreti”.

Le cito un passo dell’articolo: “Questa manovra è frutto di dosi massicce di dilettantismo e ciarlataneria”.
“Pure!?”.

Che ne pensa?
“Sa, per me tra la cattedra e la politica c’è un muro, che comincia dalla cattedra e arriva fino al cielo. Quindi da docente universitario, siccome ho un compito da assolvere con le giovani generazioni e il dovere di educarli alla critica, non userei questi termini. Però sa: ognuno poi fa come vuole”.

Intanto qualcosa nell’atteggiamento del Governo sulla Manovra è cambiato. Si parla di una retromarcia sul deficit dello 0,2%. Un errore?
“Dei passi indietro bisogna farne, ma non bisogna fare la fine di Tsipras. Questo Governo ha un esempio: negoziare sì, ma senza fare la fine della Grecia. Tra negoziare e sdraiarsi all’Europa come fatto da Tsipras, c’è una differenza. Il monito è: “Tenere duro””.

E in effetti il Governo ha detto che non si cede sulle riforme-chiave.
“Se i conti sono giusti, la Quota 100 costerà 15 miliardi. Ma è una riforma da fare perché la legge Fornero va anche contro le politiche industriali. Il problema vero, invece, sono i soldi spesi per il reddito di cittadinanza”.

In che senso?
“Bisognava procedere step-by-step. Si dovevano prima mettere i soldi per i centri per l’impiego e poi lanciare delle politiche del lavoro e degli investimenti. E a quel punto lì avanzare dei processi di formazione”.

A proposito di investimenti, il Governo negli ultimi giorni ha insistito fortemente su quest’aspetto.
“Qui è importante mantenere il punto. Bisogna agire sui fondi europei per gli investimenti e, dunque, con la Bei (Banca Europea degli Investimenti, ndr) che è una banca che ci consente di investire senza penalizzare troppo il nostro deficit”.

Dunque gialloverdi, nonostante tutto, promossi anche con la piccola retromarcia?
“Diciamo che il Governo è su un crinale giusto, ma lo percorre con incertezza. Occorre tenere fermi alcuni paletti. Lega e M5S sono stati eletti anche per rinegoziare i trattati europei, e il trattato che occorre ritrattare maggiormente è il Fiscal Compact. Sul punto crede che non ci sia unione di intenti tra le due forze di maggioranza? Come lei mi insegna le strategie del Governo sono il vettore di un parallelogramma di forze. Diciamo che il vettore è nella giusta direzione, ma non è stato ben centrato. Occorre moderare un po’ la velocità e il passo. Non si dev’essere continuamente in campagna elettorale come spesso i leader di Governo fanno. Diciamo così: non bisogna fare come il professor Perotti. La parola d’ordine è “no-Perotti, non facciamo come fa il professor Perotti””.

Toni bassi, insomma.
“Esatto. Pure le opposizioni devono acquietarsi: tutto questo odio verso il Governo non fa bene a nessuno. Anche perché, voglio dire, parliamo di un Esecutivo che si è insediato da sei mesi. Ma ci ricordiamo cosa hanno fatto gli altri? Ci ricordiamo dei governi Berlusconi, dei governi Monti, dei governi Renzi?”.

Perché secondo lei il clima è così acceso?
“Sono accecati dall’ideologia e l’accecamento non porta mai bene. Il professor Perotti & company dovrebbero saperlo. Voglio dire: abbiamo avuto i responsabili… se li ricorda?”.

E chi se li dimentica.
“Questo per dire che ce n’è per tutti, da ogni parte! I responsabili: ma per carità!”.